lunedì 9 marzo 2009

Download dell'e-book di Open Book

L'e-book con i tre romanzi ottenuti dal progetto Open Book è disponibile per il download gratuito sul sito di Zona Holden (Servizio Biblioteche di Modena) a questo indirizzo: http://www.comune.modena.it/biblioteche/holden/ebook.htm#42

giovedì 5 marzo 2009

Il segreto dei Redmought

E' disponibile da questo istante la versione completa ed editata del romanzo collettivo giallo/noir prodotto da questa sezione del progetto Open Book. In attesa di poterlo leggere (insieme agli altri due testi) all'interno dell'e-book ufficiale potete scaricarne la versione RTF da questo link.
Il titolo scelto per quanto realizzato dagli autori e dai curatori è Il segreto dei Redmought.
Commenti o critiche sono ovviamente bene accette.

martedì 3 marzo 2009

Conclusione

La prima parte del progetto OPEN BOOK si conclude qui.
Ringrazio anticipatamente tutti gli autori che hanno partecipato e tutti coloro che in questo mese ci hanno fatto visita e hanno letto il nostro operato.
Il prossimo passo, tutto a carico nostro, sarà l'editing dei pezzi e la loro limatura. Dal lavoro fatto dalla sessione Noir nasceranno due racconti completi e separati che si biforcano, cambiando, dopo il terzo capitolo. Entrambi entreranno nell'e-book (insieme alle iniziative parallele fantasy e narrazione) che verrà presentato alla manifestazione BOOK 2009 il giorno 7 marzo alle ore 16:30 presso il Foro Boario di Modena.
Approfitto di questo spazio per invitare tutti gli autori che hanno partecipato al progetto e tutti coloro che fossero interessati a farci visita in fiera o, in alternativa (o entrambe), il giorno 13 marzo 2009 alle ore 17:00 presso la Biblioteca Comunale del centro commerciale la Rotonda dove saremo ospiti della manifestazione "Scritture Metropolitane"

Intanto vi raccomando di seguire ancora questo Blog perchè il progetto OPEN BOOK non è concluso e continueremo ad aggiornarvi sulle notizie che lo riguardano!

Ribadiamo i saluti
Staff Noir: Marco Giorgini, Simone Covili

» Epilogo (b)

Tony Miles appoggiò il bicchiere sul tavolino. Il ghiaccio tritato, sotto il caldo sole di Acapulco, si scioglieva rapidamente. 
L’uomo si sistemò sul lettino. La piscina, all’attico del Excelsion, riservata interamente per loro era piena di ragazze in bikini e di uomini d’affari.
Un giovane uomo dall'alta figura di gli si avvicinò sorridente.
Miles ricambiò il sorriso.
"E' buono il cocktail?" chiese lui
"Non il miglior mojito che abbia bevuto: accettabile direi"
“che ne dici di un brindisi?”
“Perché no. A cosa vuoi brindare?”
“Alla morte di Gheorge e Tony, la nostra morte, e alla nuova e prospera vita di Samuel e John, la nostra nuova vita”
“Non potrei fare brindisi migliore”
I due bicchieri tintinnarono. Quando Gheorge si allontanò, richiamato da uno dei loro acquirenti Tony rimase ad osservarlo. Non credeva che ci fossero riusciti. Seppure era passato molto tempo da allora aveva ancora ben scolpite nella mente gli attimi che erano stati il motore del loro successo. Se si concentrava riusciva ancora a sentire l’odore umido della bosco dietro il cottage dei Redmought.
Matteo e Miriam erano in piedi davanti a Gheorge con la pistola puntata. Il prete stava per premere il grilletto, ma lui era stato più rapido. Piazzare il proiettile nella spalla di Matteo era stato un gioco da ragazzi per uno che aveva vinto il bronzo alle olimpiadi. Di Miriam non avevano bisogno, per questo fu poco clemente nei suoi riguardi. La ragazza non ebbe nemmeno il tempo di voltarsi che il proiettile le aveva già tolto la vita.
 “Miles? Ti credevamo morto” disse Matteo incredulo vedendolo sbucare dalla fitta boscaglia.
“Era quello che dovevate credere. Ho inscenato la mia scomparsa perché volevo liberarmi di voi. Delle pressioni che ricevevo dal Vaticano e da quegli stupidi rapporti che dovevo compilare ogni santo giorno. E’ bastato stare buono per un po’, il tempo necessario ai giornali per divulgare la notizia della mia scomparsa. Sapevo che la Santa Sede avrebbe mandato qualcun altro. Non pensavo mandassero te. Comunque il tempo che hai impiegato a ricomporre i pezzi del puzzle è stato più che sufficiente a permetterci di organizzarci”
“Perché l’hai fatto Mails? Ti tenevano tutti in considerazione ed eri un uomo stimato in Vaticano”
“La stima e gli elogi non ti danno da vivere Matteo. Al contrario l’accordo che ho fatto con lui mi renderà estremamente ricco.”
“Matteo non dispiacertene” disse Gheorge che con fatica si era rialzato da terra. “Tony ha sempre lavorato per noi, fin da quando lo mandaste qui. Ha abbracciato la nostra, la mia, causa a Roma. Per poco non mi uccise fuori dalla casa di riposo. La sua glock premeva contro la mia nuca. Mi avrebbe ammanettato e portato in Vaticano se non fosse stata per la sua avidità. Gli raccontai della montagna di soldi che avremmo potuto fare. Subito non mi credette: fu piuttosto brutale in quel frangente. Allora gli proposi un accordo: avrebbe tenuto in custodia il libro, per cui avevo ucciso, per un giorno in cambio della mia immediata liberazione. In quel tempo gli dissi che l’avrei convinto. Seppur scettico accettò la mia proposta: infondo aveva comunque portato a termine parte della sua missione recuperando lo scritto dei Redmought.  Quando lo chiamai, la sera del giorno seguente, per farmi restituire il manoscritto lui fu ben lieto di ridarmelo e di aiutarmi nella ricerca del secondo tomo. Era bastato un versamento di quattrocentomila euro su un conto in svizzera a suo nome per fargli cambiare idea. Quando poi venne a sapere che il Vaticano aveva intenzione di sorvegliare i Redmought, due anziani tedeschi legati al missionario morto, Tony si offrì volontario.  Fu proprio in quei giorni che ci rincontrammo e che decise di sparire dalla circolazione. Io avevo bisogno di qualcuno che pianificasse la fuga e che risolvesse quei problemi imprevisti che sarebbero potuti sorgere nel portare a termine la missione. Forse non hai ben chiaro che le persone con cui abbiamo contatti non scherzano. Volevo essere sicuro di portare a termine l’incarico e recuperare i libri a qualsiasi costo. Come vedi la prevenzione è stata molto utile.”
“Perché mi racconti tutto questo?” chiese Matteo.
“Perché sei stato bravo. Miles mi aveva avvertito su di te. Mi aveva detto che se ti avessero mandato a sostituirlo il gioco si sarebbe fatto più duro. Se stato un buon antagonista. Hai scoperto più di quanto avresti dovuto e in pochissimo tempo. Mi sembrava giusto, prima di ucciderti, chiudere il quadro della storia.”
Gheorge si limitò a un cenno della testa. La pistola di Tony Miles fumava ancora quando Matteo cadde a terra ai piedi dell’amico.
“Di lui che ne facciamo?”
Robert era impietrito. Sotto shock per la morte dei suoi due compagni e per le ferite subite sembrava una larva. Tremando come una foglia si spinse sempre più contro il tronco dell’albero che aveva alle spalle.
“Robert un po’ di coraggio figlio mio. Vederti così mi fa solo star male. Sembri un animale, non un uomo. Ho cercato di tenerti al sicuro dandoti l’opportunità di decidere per la tua vita. Tu però hai continuato a fare di testa tua immischiandoti nei miei affari, rifiutando sempre il mio aiuto, e sai che cosa ne guadagnerai da tutto questo? Solo la morte figlio mio. Solo la morte. Uccidilo Miles, è l’unico testimone che ancora ci può identificare”
Robert era terrorizzato. Tentò di allontanarsi strisciando, dolorante verso il cottage, verso quei passi che si erano fatti sempre più vicini: il terzo colpo, sparato da Miles, colpì Robert alla testa. 
La fuga dal bosco non fu semplice. La polizia aveva sguinzagliato i cani. 
Tony ricordò la corsa sfrenata e i colpi sparati alla rinfusa alle loro spalle. 
Furono braccati per alcuni chilometri. Se non fosse stato per loro lungimiranza non se la sarebbero cavata. Avevano lasciato un’auto, una vecchia vauxhall, in una piccola radura usata come discarica e collegata alla strada principale da un viottolo sterrato: quando i poliziotti arrivarono loro se ne erano già andati. Abbandonata l’auto si dovettero nascondere per diversi giorni nella zona portuale di Inverness, in attesa di potersi imbarcare sulla Varking, un mercantile diretto ad Oslo. Passarono tutto il tempo libero in animate conversazioni telefoniche. La sera dell’imbarco furono venuti a prendere da  tre marinai mandati dal capitano Joren, fidatissimo uomo associato all’organizzazione. 
Durante il viaggio verso Oslo Gheorge attraverso internet monitorava le informazioni.
Qualcuno aveva messo a tacere tutto. Nella campagna di Inverness si cercava un uomo accusato di aver ucciso quattro persone i cui corpi erano stati trovati in un bosco nella periferia della città: non vi erano foto segnaletiche o sospetti. Erano riusciti a far perder le loro tracce. Giunti ad Oslo, in clandestinità, attraversando la Danimarca, fino a giungere senza complicazioni la Germania. In patria Gheorge poteva contare su amici fidati e sull’appoggio dei loro mandanti che, oltre alla protezione, gli fornirono un modernissimo laboratorio e un’equipe di abili ricercatori. In un anno di ricerche, nascosti nella periferia di Dresda, Gheorge aveva condotto nuovi esperimenti prendendo spunto dagli appunti scritti nei libri dei Redmought, riuscendo a perfezionare la formula. I risultati furono eccezionali: la rigenerazione dei tessuti si era espansa alle cellule portando a un progressivo ringiovanimento sia estetico che organico. Gheorge con l’uso costante del siero ringiovanì. Completata la sperimentazione Gheorge aveva ceduto i suoi segreti in cambio di due conti in svizzera e di due nuove identità. Lasciarono l’Europa decisi a non tornare mai più, e partirono per Acapulco.
La ragazza che lo fissava distolse Tony dai suo pensieri.
“Che ne dici ci facciamo un bagno?”
“Se sei tu a chiedermelo tesoro non posso di certo rifiutare”
La ragazze lo prese per mano e, insieme si tuffarono in piscina.
Uscito dall’acqua Tony guardò il cielo, limpido e sereno di Acapulco.
Era finalmente libero e l’unica cosa che gli rimaneva da fare era vivere.



(Autore: Simone Covili)

domenica 1 marzo 2009

Molto vicini alla meta...

E con oggi anche la sezione giallo/noir del progetto Open Book chiude i battenti. Tra il materiale pervenuto abbiamo deciso di scegliere quello di Barbara Gennaccari per concludere (con un Capitolo VII ed epilogo) la traccia A, e, ancora una volta, quello di Fabio Trenti per la traccia B. Traccia B che però non è da considerarsi completa al 100% perché, dopo un rapido consulto, abbiamo deciso di prendere solo una parte di quanto proposto da Trenti, e di riservarci, nel giro di uno o due giorni massimo, di chiudere il tutto con un nostro epilogo.
Che dire? Ringraziamo ovviamente tutti i partecipanti e chi ha voluto comunque seguirci anche solo leggendo i pezzi della storia che venivano proposti man mano. Sappiate che ora inizieremo un'opera di rilettura di tutto, probabilmente unita ad un minimo di editing, per smussare qualche parte, vittima della velocità richiesta nella stesura dei contributi, o per rifinire qualche dettaglio, nel caso ce ne sia bisogno, e che quindi quanto leggerete nell'e-book finale potrebbe essere diverso da quanto troverete già ora nel file rtf da scaricare.
Se avete commenti o consigli, avete ancora qualche giorno per spedirceli all'indirizzo mail di questa sezione (bookmodena.noir@gmail.com) e vi invitiamo tutti alla presentazione pubblica del volume digitale che si terrà sabato 7 alle 16.30 all'interno degli spazi di Book Modena, e a quella all'interno di Scritture Metropolitane, che si terrà invece il venerdì successivo, alle ore 17, all'interno dei locali della Biblioteca Rotonda.
Grazie ancora a tutti
Marco Giorgini e Simone Covili

» Capitolo VII (b)

Matteo cercò di alzarsi, ma Gheorge fu più rapido e un altro calcio lo fece rantolare per terra.
“Eviterei di fare l’eroe. Sfila dalla tasca dei pantaloni il libro e passamelo. Se farai come ti dico, non ti farò soffrire troppo.”
“Papà lascialo stare. Perché non prendi le mie pagine, il suo libro e ci lasci andare?”
Gheorge intanto aveva raccolto il coltello “Lasciarvi vivere e perché? Per trovarmi un segugio in più sulle mie tracce ed un figlio inutile? Oh no, te l’ho detto. Voglio chiudere con questa vita. Fatti fuori anche voi due, ripartirò da zero.”
“Sei pazzo se pensi di farla franca” disse Matteo tenendosi il fianco “ormai mezzo mondo sa che sei qui e non sarò l’unico segugio a darti la caccia. E poi solo un vigliacco come te può uccidere a sangue freddo il proprio figlio”.
Gheorge avvampò d’ira “Ora bastardo morirai”. Si avvicinò con passo deciso a Matteo, che tentò di mettersi in piedi, ma il dolore al fianco era insopportabile; quando vide alzarsi il pugnale su di lui pensò “E’ la fine, ho fallito” chiuse gli occhi in attesa del colpo mortale.
Un sparo lo fece sobbalzare, guardò Gheorge fermo davanti a lui. Una macchia di sangue iniziò a formarsi all’altezza della milza. Tentò di rimanere in piedi, mollo il coltello ed alla fine cadde supino. Matteo, incredulo, sforzandosi si alzò. Solo allora vide venire verso di lui Miriam.
“Grazie ti devo la vita.”
“Sono o non sono il tuo agente di supporto?” disse riponendo nella fondina la pistola.
Matteo sorrise. “Tieni d’occhio il bastardo, controllo come sta Robert.”
Alla vista della ragazza, Robert cedette alla tensione ed iniziò a piangere. Lei si inginocchiò e con un fazzoletto preso dalla tasca iniziò ad asciugargli le lacrime, bisbigliando frasi di speranza.
“Sono felice che abbia trovano una brava ragazza.” disse Gheorge girando la testa verso i due.
“Temo che non vivrai abbastanza per presenziare al loro matrimonio.”
“Ti sbagli gonnella. Tra un po’ il mio sangue smetterà di uscire e la mia ferità si chiuderà. Te l’ho già detto non è semplice uccidermi.”
Matteo prese il coltello da terra e disse “Allora rimedio subito tagliandoti la gola. Può bastare!” Gheorge rise, ma era una risata soffocata dal dolore. “Penso proprio di sì, ma prima che tu proceda, trascinami da mio figlio.”
“Perché dovrei?”
“Vuoi forse negare l’ultimo desiderio di un condannato a morte?”
Matteo guardò Gheorge, non si fidava di lui, ma alla fine acconsentì. Lo prese per le spalle e lo trascinò vicino a Robert, quel tanto che bastava per parlarsi, ma evitando che potesse toccarlo. Alla vista del padre ferito Robert provò un senso di pena, ma ricordò come aveva conciato Anne ed il sentimento svanì. “Figliolo voglio farti una confessione prima di morire?” “Chiami figliolo tutti quelli che tenti di uccidere?” Gheorge cercò di allungare un braccio, ma Matteo lo fermò “Non toccarlo.”
“Non voglio il tuo perdono o la tua pietà. In tutti questi anni ho sempre pensato solo alla vendetta e al modo di guadagnare denaro dalla formula. Non mi sono fermato davanti a nulla, te compreso. Ma Matteo ha ragione, non sarò mai libero. Dovrò sempre rinchiudermi in una prigione o per difendermi da quelli che mi vogliono morto o per ricevere protezione da quelli a cui servo vivo.”
“Ma sarebbe sempre una prigione con piscina” disse Matteo con un ghigno
“Ti sei giocato la libertà quando hai deciso di proteggere quei farabutti che chiami clienti.” disse Miriam.
Gheorge sospirò “Può darsi.”
“A cosa dobbiamo questo improvviso senso di coscienza, a cui non credo, sia chiaro?” disse Matteo.
“Quando ho visto Robert e Miriam insieme, ho pensato ai momenti felici passati con sua madre, proprio fra questi alberi e correndo sugli stessi prati. Ho capito che non esiste denaro che mi permetta di riavere quella vita. E se l’ho persa è stato solo per colpa del mio modo di vivere senza dar peso ai veri valori.”
“Belle parole” disse Miriam “peccato che non creda a nulla di quello che dici.”
“Guarda la mia ferita” disse togliendo la mano dal ventre “non sanguina più.”
Matteo vide che in effetti era così.
“Matteo prendi questo, voglio che lo tenga Robert” sfilò da una tasca della mimetica un libro.
“E’ quello che aveva il missionario?” chiese.
“Esatto.” rispose l'altro.
Matteo prese il libro e lo infilò nella tasca con l’altro.
Dal cottage intanto si iniziavano a udire delle voci. Il cambio della guardia doveva essere arrivato e lo spettacolo che avevano trovato, stava creando un bel trambusto.
“E ora, gonnella, fai ciò che devi, non voglio continuare a vivere così.” disse Gheorge.
Matteo si preparò a sferrare un colpo alla gola, ma qualcosa lo trattenne. Guardò Robert, e nei suoi occhi lesse che le parole del padre non avevano mutato l'odio e la paura. Poi rivolse lo sguardo su Miriam, che chinò subito il capo e, senza dire una parola, gli si avvicinò allungandogli la pistola. Matteo la prese e guardò ancora una volta, una dopo l'altra, le persone che aveva davanti e prese l'unica decisione davvero sensata.
Due spari rimbombarono tra l’oscurità degli alberi.

(Autore: Fabio Trenti)

» Epilogo (a)

Due anni dopo

“Tesoro, ti dispiacerebbe venirmi a lavare la schiena?”
La ragazza sorrideva ammiccante dalla doccia.
“Scordatelo, Jane. L’ultima volta che ti ho dato retta mi hai fatto arrivare al lavoro con tre ore di ritardo.
La sagoma della cupola di san Pietro era visibile dalla finestra della mansarda.
Jane si infilò un accappatoio crema e corse in cucina, tra le braccia di Matteo seduto a fare colazione.
“Certo che non riesci ad accettare un no come risposta, eh?”
“Da mio marito non accetto risposte negative”, ribattè la ragazza, toccandosi il ventre che rivelava uno stato avanzato di gravidanza, “e tantomeno dal padre di mia figlia”.
Quando, due anni prima, si era trovato Matteo davanti all’uscio del proprio appartamento, Jane si era sentita mancare.
Ma la sopresa più bella era stata scoprire che quella di diventare prete era stata una vocazione adolescenziale e che Matteo, in crisi già da molto tempo, aveva rinunciato ai voti prima di andarla a cercare. Tra loro era successo tutto in maniera molto spontanea. E molto veloce.
Jane si era trasferita a Roma, da dove Matteo aveva potuto continuare a seguire la vicenda della formula per curare il Burulì.
Le cellule staminali di Robert erano servite per riprodurre la cura e per diffonderla nei Paesi bisognosi. La malattia era stata sconfitta grazie ai finanziamenti del Vaticano.
Robert era diventato ricco. Aveva raccontato la sua storia in un libro che aveva venduto milioni di copie in tutto il mondo. Viveva a Berlino ma spesso capitava a Roma per lavoro.
I Von Brauser erano stati condannati all’ergastolo e l’organizzazione smantellata.
Adesso c’era solo da aspettare che la piccola Anne nascesse. E sperare che non sarebbe stata brontolona come la sua omonima.


(Autore: Barbara Gennaccari)

» Capitolo VII (a)

Durante il tragitto in macchina fino alla fondazione Beren, Matteo cercò di concentrarsi sui dettagli mancanti. Il mosaico non era ancora completo. Chi era la ragazza bionda e soprattutto che ruolo aveva nella faccenda? Gli tornò in mente un particolare che fino ad allora aveva trascurato. Dalla camera nella pensione dov’era stato nascosto Robert mancavano i suoi effetti personali. Ma chi li aveva portati via, e quando? Il video della sorveglianza aveva registrato le immagini della ragazza che trascinava via il tedesco, ma non c’era traccia della valigia di Robert. Guardò fuori dal finestrino la vegetazione che scorreva veloce, confondendosi in una macchia indistinta di colore verdastro. Nubi grigie, dalle forme minacciose, appesantivano il cielo. Chiamò la centrale e chiese al tenente MacRyan di mandare subito quelli della scientifica nella stanza dalla quale era stato portato via il tedesco “E dica ai tecnici di riesaminare quel nastro, credo che ne siano state tagliate alcune parti”.
Dopo un saluto frettoloso interruppe la comunicazione.
Il sangue di Robert conteneva il segreto della cura. Quindi a Robert non sarebbe stato torto un capello, fino a quando gli scienziati non fossero riusciti a riprodurla. Aveva iniziato ad affezionarsi a quel ragazzo impulsivo e sanguigno. Il suono del cellulare lo riportò alla realtà.
Era l’agente di turno al centralino.
“C’è una ragazza che la cerca, dice che è importante. Dice di chiamarsi Jane”
“Passamela immediatamente”.
Gli istanti che seguirono sembrarono eterni. Una sensazione simile alla paura serrò lo stomaco dell’agente della Gendarmeria Vaticana. Trattenne il respiro. La voce di Jane, concitata ma euforica, lo tranquillizzò subito. “Ciao, avevo bisogno di parlarti: ci sono novità di cui ho ritenuto opportuno renderti informato”. “Ciao Jane. Dimmi tutto. Sei a Edimburgo?”
“Si, si, non preoccuparti, sto benissimo”.
“Parla, ti ascolto”.
“Quando sono tornata a casa, Maria, la mia compagna d’appartamento, mi ha consegnato una busta. Era una convocazione presso lo studio notarile del dottor Bride.
Sono corsa lì e mi hanno consegnato una cassetta VHS. Non puoi nemmeno immaginare cos’era”.
“Jane, così mi farai impazzire”.
“Ok, vengo al dunque”. Matteo era incuriosito. “La cassetta era di Anne e Thomas”.
“Cosa? Ne sei sicura” “Senti, lasciami finire. Ok?”. “Scusami”. “La cassetta, dicevo, era dei Redmought. Era stata affidata al notaio Bride nel caso in cui le cose si fossero messe male, con l’ordine di darmela personalmente. Molti degli indizi che Anne e Thomas avevano lasciato in giro erano soltanto delle false piste. La cassetta, invece, spiega tutto.” “Gli omicidi?”. “Si. E anche la formula”. Jane fece una pausa, conscia del potere che in quel momento esercitava sul suo interlocutore. Sapeva che Matteo era con l’orecchio incollato al ricevitore. Lo immaginava serio, con i nervi tesi allo spasimo e quell’aria accigliata che faceva di lui una persona misteriosa e affascinante. Ma era pur sempre un prete, meglio non farsi dei film. La spiegazione che seguì, lasciò Matteo annichilito. Non c’era niente di sovrannaturale in quello che ascoltò. O quasi. Anne e Thomas più di trent’anni prima avevano trascorso una lunga vacanza in Africa con i genitori di Robert e il bimbo di appena due anni.
Durante un safari fotografico la loro jeep aveva avuto un guasto e avevano trovato asilo in un villaggio. Intorno a loro si era creato subito un ambiente amichevole ed erano riusciti a vincere con facilità la ritrosia degli indigeni grazie all’ottima conoscenza che Beatrix, la madre di Robert, aveva del loro idioma. Pochi giorni dopo il loro arrivo, era accaduto un fatto strano. Un bambino, tenuto in isolamento perché colpito dalla piaga del Burulì, aveva iniziato a guarire. Le sue cellule si stavano rigenerando. Per giorni l’inspiegabile guarigione era rimasta avvolta nel mistero. Poi, una notte, svegliandosi all’improvviso, Beatrix si era accorta che dalla tenda mancava Robert. Il terrore l’aveva fatta impazzire. Aveva svegliato il marito e, insieme agli indigeni, svegliati dalle grida, avevano perlustrato il villaggio. L’avevano cercato dappertutto e Beatrix era impallidita quando l’aveva visto uscire dalla capanna dove era tenuto in isolamento Hugo. Da quelle poche parole che i due bimbi erano riusciti a mettere insieme all’intuizione della verità ci era voluto un bel po’. Robert, la sera, aveva preso l’abitudine di uscire fuori dalla capanna che li ospitava e di intrufolarsi in quella di Hugo. Vedendo il bambino solo e malato, si era impietosito ed era tornato a trovarlo ogni notte. Ed in una di quelle occasioni era avvenuto il miracolo.
Robert aveva avuto una piccola emorragia dal naso, dovuta con tutta probabilità ad una eccessiva fragilità dei capillari. Hugo, che era di qualche anno più grande di lui, aveva provato a fermare il sangue che usciva in abbondanza dalle narici dell’amico, sporcandosi le mani coperte di piaghe. Dalla mattina dopo, aveva iniziato ad avvertire sulle mani uno strano formicolio. Poi la pelle aveva iniziato a rigenerarsi e le piaghe a sparire.
Tornati in Germania, i genitori di Robert e i Redmought avevano iniziato a cercare una spiegazione scientifica per quanto era accaduto. Si erano rivolti a Von Brauser, uno scienziato amico di Beatrix, che si unì al gruppo e mise a disposizione le risorse necessarie. Dopo anni di ricerche e di esperimenti, avevano scoperto che la chiave era nelle cellule staminali di Robert. Prelevando alcune cellule dallo strato basale e mettendole in coltura con un adeguato reagente, avevano ottenuto delle cellule straordinarie, adatte a qualsiasi innesto eterogeneo. Ma c’era di più. Le cellule si rigeneravano con una rapidità incredibile. Una volta innestate, inoltre, erano tollerate senza che fosse necessario provvedere ad una terapia immunosoppressiva per evitare il rigetto.
“Ci siamo”. La voce dell’agente lo riportò al presente.
Scese velocemente dalla macchina. Sul posto erano già arrivate le squadre speciali del colonnello Huster. Scambiò un rapido cenno di saluto con l’ufficiale.
“Siamo pronti per l’incursione”.
“Procediamo”.
L’irruzione avvenne rapidamente. L’effetto sorpresa era di fondamentale importanza. Matteo ebbe appena il tempo di indossare una maschera antigas e un giubbino antiproiettile. Ci fu un conflitto a fuoco con gli uomini di Beren messi a guardia del perimetro intorno all’edificio, ben addestrati ma meno numerosi di quelli del colonnello Hauser. Gli agenti delle forze speciali se ne sbarazzarono quasi subito. Poi si precipitarono nell’immensa struttura a forma di parallelepipedo che si stagliava minacciosa di fronte a loro. Ci fu un’altra sparatoria, anche questa di breve durata. Poi il campo fu sgombrato dai mercenari di Beren e gli uomini di Hauser si impadronirono dell’intera struttura.
“Colonnello, venga, c’è qualcosa che deve assolutamente vedere”.
Il capitano Fredmann e cinque uomini armati precedettero Matteo e il colonnello, guidandoli attraverso un corridoio stretto e lungo. Lo scenario era cambiato. Quell’ala della struttura, modernissima e di recente costruzione, era paragonabile più ad una clinica specializzata che alla sede di un’organizzazione di beneficenza. L’ambiente, asettico e illuminato con fari azzurrognoli, era decisamente sinistro. Il gruppo giunse in una stanza che aveva tutta l’aria di essere un laboratorio. All’interno c’erano sei persone in camice bianco, un uomo anziano che aveva l’aria del capo. Sulla destra, accasciato su di una lettiga c’era Robert, pallido ma incolume. Ammanettata, in piedi accanto a due agenti del reparto speciale, la ragazza con il piercing. Il suo viso era una maschera di rabbia.
Matteo si precipitò dall’amico. I due si abbracciarono in silenzio.
“Dubitavo che ti avrei rivisto”, disse il giovane tedesco.
“Io, invece, ne ero sicuro”, mentì l’Agente della Gendarmeria Vaticana. “E devo farti i complimenti per aver avuto la prontezza di riflessi di lasciar cadere il biglietto da visita della Fondazione. Ci hai messi sulla strada giusta”. “In realtà, non sapevo bene cosa fosse”, rispose Robert. “Ho visto che cadeva dalla sua tasca”, e fece un cenno rivolto alla ragazza, “l’ho raccolto approfittando di un attimo di distrazione e l’ho lasciato nella stanza”.
“Siete stati davvero in gamba”, disse l’uomo con i capelli bianchi.
“La ringrazio del complimento, dottore. O dovrei dire Professor Von Brauser?”.
Nella stanza calò il silenzio. Matteo spiegò quello che Jane gli aveva riferito.
“Maledetti, avete rovinato tutto”, gemette la ragazza bionda. “Non ci aspettavamo di essere scoperti. Avete mandato in aria un piano da cento milioni di euro”.
Von Brauser, in un disperato tentativo di fuga, cercò di disarmare l’agente che lo teneva per un braccio. Quello non ci pensò due volte a sferrargli un colpo alla nuca con il calcio del fucile. Il vecchio stramazzò al suolo.
“Papà”, gridò la bionda tentando di raggiungerlo. Due agenti la bloccarono.
I presenti si guardarono tra loro.
“Meredith?”, chiese Robert, sorpreso e ancora intontito dalle porcherie che avevano continuato a iniettargli.
“E’ passato tanto di quel tempo che non sarei mai stato in grado di riconoscerti”.
Matteo insistette per accompagnare Robert in ospedale, ma il ragazzo si oppose con forza. “Ci andrò dopo, ora preferisco venire in centrale”.
Una volta raggiunta la loro destinazione, Matteo fu raggiunto da MacRyan.
“Avevi visto giusto, il nastro era stato manomesso. Nella registrazione integrale si vedono due uomini che prelevano la valigia dell’ostaggio e gli altri effetti personali. Avevano una talpa in centrale. Ma abbiamo risolto il problema”.
“Bene. Conoscendo i tuoi metodi, preferirei che tu mi risparmiassi i dettagli. C’è altro?”.
“Si. Ho parlato con il medico legale. Avevo chiesto al magistrato di disporre un supplemento di autopsia sull’agente trovato morto nella pensione e sull’agente sotto copertura. Hanno trovato tracce di un veleno rarissimo, ricavato da un insetto originario dell’Africa”.
Anche questo mistero è stato chiarito, pensò Matteo.
Non restava da spiegare che la morte di Thomas. L’anziano che l’aveva soffocato si era tolta la vita dopo poche ore. Forse si era trattato semplicemente del gesto di un folle. Forse.


(Autore: Barbara Gennaccari)